mercoledì, febbraio 27, 2008

Sophie Kinsella "Remember me?"

Per la serie Chik Lit from abroad ecco il nuovo libro dell'autrice shopaholic, senza Becky e con una nuova protagonista che perde la memoria e tre anni al suo risveglio...solo che non è stata in coma, ma si è trasformata da media impiegata ad imprenditrice di successo.
Voglio dire: se io mi addormentassi adesso e mi risvegliassi amministratore delegato non farei una piega, il personaggio in questione invece sì ovviamente, altrimenti quale sarebbe stato l'argomento del libro?
Non solo CEO, ma sposata con un bell'uomo, ricco e di successo, e domiciliata in un loft con vista sul Tamigi, anche se non è tutt'oro quello che luccica e la "povera Lexi" si trova a dover ricostruire quasi quattro anni di buio in cui, anche se ha avuto successo, si è perso per strada tutte le sue amiche, sua sorella adolescente si è trasformata in un esempio di delinquenza giovanile e l' unica cosa che è rimasta stabile nella sua vita è la madre, anche se questo non è proprio un vantaggio, diciamo.
Un libro dall'apparenza scontato in cui la cosa più scontata non accade, ma la seconda sì.
Scritto nel solito stile scorrevole dell'autrice, che la gonza alta detesta ma che io adoro, se in Can you keep a secret la protagonista si trovava a rivelare tutti i suoi segreti ad uno sconosciuto e in Undomestic Goddess l'avvocato di successo stravolgeva tutta la sua vita, in questo romanzo Lexi vive una vita che cambia talmente tanto da quella che aveva immaginato per se stessa da non riconoscerla più e quindi dimenticarla.
Libro da poche pretese che si legge in poco tempo e che può piacere, ma Becky è decisamente tutto un altro discorso. A quando il prossimo capitolo della Shopaholic?

lunedì, febbraio 25, 2008

Non è un paese per vecchi
Recensore esterno: mammonza
Ieri ho visto il film "non è un paese per vecchi ". l'ho fatto per due motivi,in primis perchè è uno dei candidati all'oscar (lo escludo,il responso a stanotte), ma soprattutto perchè tratto da un libro dello scrittore americano Cormac Mc Carthy. Avevo letto " La strada" e mi aveva veramente colpito. Angoscia e tensione ai massimi livelli e l'affermazione al termine della lettura :"come sono contenta di averlo letto !".
Io, nella mia ignoranza giudico i libri da come mi lasciano dopo la loro lettura. (Vi prego, chiedetemi come mi ha lasciato l'ultima pagina di " la trilogia della città di K"!)
Alt sto divagando; dunque metto insieme l'autore del libro da cui è tratto il film e i fratelli Coen come registi e penso che vedere il film mi consoli dal non aver ancora letto il libro. Forse mi aspettavo tutta un'altra cosa,forse non mi aspettavo che non ci fosse nulla, nulla, proprio nulla che desse alla fine un pochino di speranza ai personaggi.
Qui i cattivi sono cattivi fino in fondo e vincono alla grande la partita.
Le considerazioni finali del "vecchio sceriffo"spiegano in parte il titolo del film. Tutto ciò premesso, non sto dicendo che è un brutto film, ma è un film che mi ha tenuto in tensione fino alla fine, ma non mi ha permesso di dire neppure "e muori brutto bastardo!" Anche nel film " I soliti sospetti" il cattivo vince,ma forse lo fa con più stile.
Se c'e una morale da trarre dal film è che il denaro è il motore di tutte la azioni, e per causa sua si può compiere di tutto. Chiaramente la trama di un film non va raccontata, dico solo che è palese che i registi hanno fatta propria la teoria di Cesare Lombroso: chi è cattivo ha tratti somatici particolari. In poche parole in questo film il cattivo è anche brutto,ovvero il brutto è anche cattivo.
E' lunedì mattina e questa notte i tre oscar vinti dal film mi hanno fatto capire quanto non capisco niente! Quando hanno premiato i fratelli Coen con la statuetta della miglior regia, pensavo proprio che sarebbe finita lì, e invece... Cosa posso dire a mia discolpa? Che forse anche gli altri film in lizza valevano poco ? che nelle ultime due edizioni i film premiati li avevo visti sei mesi prima e li avevo giudicati da oscar? Pazienza...e anche il cattivissimo del film lì in platea a Los Angeles non era poi così male.
Prometto che la prossima recensione di un film la farò dopo averci dormito sopra!

domenica, febbraio 24, 2008

Roma - Palazzo delle Esposizioni
Se abitate a Roma o ci passate, credo sia doveroso fare una visita al Palazzo delle Esposizioni, da poco riaperto e pieno, attualmente, di mostre una meglio dell'altra.
Cominciando dal piano zero, quello della caffetteria e della libreria per capirsi, c'è la mostra che si può visitare gratuitamente dei 10 anni in Italia del National Geographic, io le conoscevo abbastanza [anni ed anni di abbonamento], ma c'è da dire che non ci si stanca mai di vedere certe foto . Suddivise in quattro sezioni: AcquaAriaFuocoTerra, le foto sono a dir poco "impressive" e rimarranno esposte fino al 30 marzo. Yamashita resta uno dei miei prediletti, ma c'è anche da dire che me lo ricordavo per via del suo ripercorrere la via della seta e per il fatto che mi ero guardata ripetutamente il suo libro Marco Polo, posseduto dalla fortunata mammonza.
Al primo piano cominciano le mostre a pagamento, la prima è quella sul Mito della velocità [Arte, motori e società nell'Itala del '900], organizzata espositivamente parlando in modo egregio: quadri di Balla, auto e moto d'epoca (c'è anche un idrovolante) e tutta l'arte futurista nelle sue varie espressioni. Io e il gonzorte abbiamo passato più di mezz'ora al similatore del treno riuscendo in due esercizi su tre, purtroppo abbiamo poi dovuto lasciare il posto ai bambini che si limitavano a cambiare le condizioni atmosferiche e a lanciare il fischio, solo questo per me è valso l'intero prezzo del biglietto. A proposito con la metrebus card 10 pleuri per tre mostre (4 con quella di foto del NG) mi sembra una cosa fattibile.
Sempre al primo piano c'è l'esposizione fotografica di Gregory Crewdson, dove ci sono esposte alcune delle foto tratte dalla serie Early Work, altre da Natural Wonder, da brivido quelle di Dream House e agghiaccianti quelle di Twilight. Menzione d'onore per la serie Beneath the rose, che sembrano essere foto scattate su qualche set di film onirici o direttamente d'orrore; le foto sono molto belle, ma le sensazioni che lasciano sono altrettanto potenti (IMHO).
Al primo piano l'ultima mostra, quella sull' Arte nella Cina del XXI° secolo, in cui si alternano foto a quadri e sculture oltre a video ed istallazioni. Qui c'è veramente di tutto di più, la cosa che mi è rimasta più impressa è la foto che si chiama Dormitory di Wang Qingsong, ma anche il video della città cinese su Second Life [A second llife city planning by China Tracy] mi ha abbastanza ipnotizzato, altra menzione d'onore alla serie di foto sui grattacieli delle città cinesi di Weng Fen.
Se non vi mettete a giocare con il simulatore in tre ore vedete tutte le mostre, personalmente ve le consiglio caldamente

venerdì, febbraio 22, 2008

ZOMBIES!!! – Twilight creations – 30€ -
recensore esterno VUOTO MENTALE
Perché ho comprato “Zombies!!!”? Perché ho ancora nella mente “Zombi” del grande George A. Romero, ecco perché. Già mi immagino di dover scappare, insieme ai miei compagni di gioco, da orde di infetti dalla pestilenza.
Inoltre ci sono le miniature sia dei personaggi sia degli Zombies!
Purtroppo nulla di tutto ciò, infatti il gioco è sì incentrato sulla sopravvivenza, ma anche a scapito dei tuoi compagni di gioco. Ognuno gioca per conto suo; uno solo vince.
Peraltro, ho scoperto che qui è possibile scaricare gratuitamente il memorabile boardgame “Dawn of the Dead” della storica SPI che è la trasposizione in gioco del sopracitato film, supermercato compreso.
Aprendo la scatola del “nostro” Zombies!!! ci accorgiamo che la mappa su cui si muoveranno i nostri alter ego di plastica è composta da quadratoni che vengono pescati di volta in volta e che vengono affiancati agli altri nei punti dove è possibile farli combaciare. Su ogni quadratone è segnato quanti Zombies salteranno fuori, quanti proiettili troveremo e di quanti punti vita potremo ricaricarci, il tutto farcito da carte evento che arricchiscono l’esperienza del gioco. Chi arriva per primo all’eliporto (che è sempre l’ultimo quadratone), sparando a tutto ciò che si muove, vince.
Carino, peccato che non è proprio quello che mi aspettavo. Ma l’idea c’è, il gioco è sempre diverso grazie ai quadratoni mappa che vengono pescati a caso e alla montagna di regole opzionali che sono piovute sulla Twilight Creations dai giocatori di tutto il mondo (tutte scaricabili dal sito ufficiale) e che hanno reso il gioco molto più vicino allo spirito del film.
E che l’idea c’è lo hanno detto anche alla Twilight, infatti siamo già all’ottava espansione, ad una seconda edizione per le prime tre espansioni e un filone parallelo (MidEvil) con una espansione. Quindi alla fine Zombies!!! non è proprio “accio” grazie anche alla enorme comunità che si è attivata e che conta anche su due gruppi Yahoo.
Vi ricordo infine che l’intera serie è in inglese ma che sul sito “La tana del Goblin” si possono scaricare sia le regole in italiano che la traduzione delle carte e che la Raven ha pubblicato il primo titolo in italiano con il nome “Zombi!!!”

giovedì, febbraio 21, 2008

Quando le parole sono inutili, ma contano solo i facts....

http://uolterueltroniisonmymind.splinder.com/

e noi, non aggiungiamo altro.

mercoledì, febbraio 20, 2008

Post autoreferenziale 2.0
In questa settimana mi è successo di tutto, oltre a compiere gli anni sono stata investita da un motorino 250, e siccome sono stupendagirl al pronto soccorso c'è andato l'incauto centauro.
Chuck Norris ti avverto che il mondo è troppo piccolo per tutti e due.
Detto questo mentre mi si assorbono i lividi vari, e magari nel mentre ci marcio pure un pochetto così mi fanno tante coccole, ho rimediato tanti libri per regalo e anche altre bellissime cose, ma ce n'è una che vorrei assolutamente condividere con voi: Stupendoboy mi ha regalato il biglietto per andare ad ascoltare Zubin Mheta che all'auditorium dirige la terza e la quinta sinfonia di Beethoven.
Ecco io non ho veramente parole, perchè certe cose nella vita non capitano spesso, e così, mentre voi starete più o meno angosciati a vedere gli exit polls, io me ne starò in poltrona ad ascoltare una di quelle cose per cui vale la pena vivere, giusto così, ve lo dico per gongolarmi nella mia immane fortuna.

sabato, febbraio 16, 2008

E lasciamole cadere queste stelle - Fandango Libri - Filippo Timi

Il giorno in cui la socia, con l'aria perentoria che quando vuole assume, mi ha fatto notare che non avevo mai recensito "Tutt'al più muoio", primo romanzo del bravo Filippo Timi, da donna di poca fede qual sono, ho controllato e ricontrollato.
Mi sembrava strano avere trascurato un libro che a conti fatti mi era piaciuto…
Ancora più strano quindi sembrerà scegliere di recensire il secondo "testo" di Filo, che invece non mi è piaciuto quasi per nulla.
"E lasciamole cadere queste stelle" non è un romanzo, né un racconto.
E' una raccolta di pezzi, una parte di vita d'altrE e una parte dell'autore stesso.
Parla di donne e di amore e di misteri legati all'esistere, e al vivere e per le prime trenta pagine ne parla un gran bene, tanto da restare incantata, sedotta…
Ma poi (e devo dire non è solo una mia impressione) assume un ritmo ripetitivo e monotono, si appiattisce e perde la freschezza che contraddistingue il modo di comunicare di Filippo, la sensazione di percorrere una strada con mille angoli, imprevisti e probabilità.
Forse una prova troppo impegnativa, forse un testo che avrebbe dovuto per necessità essere tagliato e pubblicato per gradi, non lo so, ma, caso strano e più unico che raro, non sono riuscita a finirlo.
Ed è un peccato.

venerdì, febbraio 15, 2008

Carnegie "Come vincere lo stress e cominciare a vivere", Seligman "Imparare l'ottimismo" e Covey "Le 7 regole per avere successo".

Tripletta di libri di argomento pseudo-psicologico in modo da darvi un'idea il più possibile vasta su quello che attuamente viene considerato coaching, autoefficacia e self-empowerment.

Il libro di Carnegie è il più datato e sicuramente quello che meno può essere applicabile alla vita aziendale, perchè le aziende negli ultimi 50 anni sono cambiate parecchio; risulta però abbastanza utile e fruibile dal punto di vista personale, sia per come è scritto, sia per gli utili tips.
L'autore è lo stesso di farsi amici gli altri e scopri il leader che è in te, tanto per darvi un'idea del genere, ma sicuramente in alcune situazioni i suoi argomenti sono particolarmente efficaci.
Basta non avere molto background e sarete naturalmente portati a credergli, è quindi un ottimo libro per i profani e per tutti coloro che hanno un po' di difficoltà nell'essere assertivi, o autoassertivi.

Il libro di Seligman è invece quello che potremmo definire un masterpiece, pluricitato e pluriutilizzato dagli studi di psicologia ai corsi per manager nelle grandi aziende. Il teorico di quella che è stata definita "l'impotenza appresa" esamina a fondo come tutto quello che noi pensiamo di noi stessi ci porterà poi ad agire e reagire come se la realtà fosse solo quella che percepiamo/concepiamo noi e non come se fosse, invece, molto più vasta e complessa.
Da questo libro sono partite poi tutte le ricerche nella branca della psiconeuroimmunologia che si è poi unita alla psicosomatica, insomma, se vi interessasse l'argomento questo libro è una delle pietre angolari da cui partire.
L'ultimo titolo mi è arrivato tra le mani per una segnalazione del gonzorte, che solitamente si trova a questi corsi per manager in veste di partecipante, e l'ho trovato parecchio utile per una serie di spiegazioni abbastanza corpose ma lineari, una specie di strategia come quella degli AA per arrivare a mettere dei paletti nella nostra vita e a direzionarla verso un senso che non sia poi così scontato o eterodiretto. Il retro di copertina parla di imparare a gestire la propria vita in modo veramente efficace, ma già riuscire a stabilire quasli siano i propri valori e riuscire a seguire i propri principi sarebbe un risultato da non sottovalutare, se poi si riesce anche a diventare una persona felice anche meglio. Molto utile è il concetto di un cambiamento inside-out piuttosto che outside-in: in pratica se vuoi cambiare qualcosa parti da te piuttosto che aspettare che le condizioni esterne migliorino, il che, in Italia, potrebbe forse essere l'unica cosa che ci smuove un pochetto...
Approfitto del post anche per fare tanti auguri al gonzorte, che questi libri avrebbe potuto scriverli ma che continua a leggerli perchè anche migliorarsi è un processo senza fine.

martedì, febbraio 12, 2008

Di Erri, adozioni e compleanni
Ultimamente mi sono letta un po' di libri di Erri de Luca per farmi trovare preparata quando verrà a chiedermi di essere adottata.
Per chi non lo sapesse questo blog nella mia persona (gonza bassa) porta avanti da anni una segreta campagna per farmi adottare in pectore dallo scrittore italiano più bravo degli ultimi 50 anni (cioè da quando è nato approssimativamente) ovviamente sto parlando di Erri.
Senza nulla togliere ai miei genitori, se LUI sapesse quanto ci assomigliamo mi considererebbe quella figlia che non mi risulta che abbia (ma ovviamente mi potrei sbagliare).
I libri in questione sono "Non ora non qui", "Tre cavalli", "In alto a sinistra" e "Una nuvola come tappeto". Quattro meravigliosi esempi di come le parole usate in modo essenziale possano arrivare esattamente al centro del cuore, anzi in quel posto segreto che lasciamo celato a tutti e che anche per noi è a volte di difficile accesso; senza diventare melensi quella secret room di cui parlava anche Billy Joel. Adesso che avete smesso di ridere vi ricordo, specialmente a voi figli degli anni '80, che Billy Joel ha scritto Leningrad oltre che uptown girl, così giusto per mettere un attimino le cose in chiaro.
Un romanzo, un racconto, un racconto lungo e una revisione della bibbia, di tutto un po' come al solito e come sempre il piacere della lettura fine a se stessa. Non voglio dilungarmi se LUI mai dovesse leggere questo post apprezzerebbe. Aggiungo solo che oggi è il mio 35° compleanno, credo di essere arrivata a metà del secondo cavallo. Tanti auguri a me!

domenica, febbraio 10, 2008

Benvenuta piccola Stella!!!

mercoledì, febbraio 06, 2008

Robert I. Sutton "Il metodo antistronzi" Elliot 14.00€
Nonostante il titolo, questo libro parla di argomenti seri, in modo serio e trattati quasi con evidenze empiriche, quindi ve lo consiglio.
Prima o poi, tutti siamo costretti a lavorare con qualcuno che risponde ai requisiti necessari per essere catalogato come stronzo e cioè: trattare male persone che sono suoi sottoposti e bene chi gli sta sopra. A volte noi stessi rispondiamo pienamente a questi requisiti base (per i dettagli leggete il libro).
Metodo pratico ed efficace per tenere sotto controllo il nostro stronzo interno e, ancora meglio, tutelarci da quelli esterni, se proprio non possiamo cambiare posto di lavoro. Comunque aggiugnerei un corollario mio caro prof. Sutton: lavoro che vai stronzo che trovi; quindi meglio imparare a gestire la situazione piuttosto che sperare in un miracoloso posto di lavoro asshole free.
Lunghi elenchi di nomi e cognomi di stronzi rinomati, che potete aiutare ad ampliare scrivendo direttamente al professore sul suo sito, oppure potete leggere le ulteriori novità in italiano andando su questo blog.
Come dice il libro il mondo del lavoro pullula di stronzi, e nel capitolo apposito si spiega anche quali siano le utilità dell'essere stronzi, il problema per le aziende però è che sono in pochi gli stronzi che servono, ancora di meno quelli che hanno successo nonostante il loro atteggiamento, che è molto diverso dal dire che hanno successo proprio per il loro atteggiamento.
Il capostipite di questo processo antistronzi a livello mondiale è stato google con il suo motto "do no evil", ma non è necessario essere una megamultinazionale per mettere in atto un programma di liberazione dell'azienda (o associazione, o studio, o qualsiasicosa) da arroganti coglioni.
E questo, trovarlo scritto da un professore di ingegneria gestionale di Stanford, lasciate che vi dica che è proprio un sollievo. Buona liberatoria lettura!

martedì, febbraio 05, 2008

Tedeschia
Io e il gonzorte stiamo seguendo un corso di tedesco per varie ragioni, quella fondamentale che mi riguarda in prima persona sono i Rammstein, ma la scusa ufficiale è un eventuale trasferimento nel paese di omertà marrone (Braunsweig, che in realtà è un cognome).
Il nostro insegnante di tedesco (grande Christian!) ha scritto quanto segue, è un po' lungo ma vale la pena e ringraziamo il sito Scena Illustrata sul Web dal quale lo abbiamo copia/incollato...

INTERVENTO ALLA GIORNATA DELLA MEMORIA 2008 PRESSO L’UPTER DI ROMA
I TEDESCHI DI FRONTE AL LORO PASSATO

domenica 3 febbraio 2008

Ospitiamo con molto piacere il testo integrale dell’intervento del dr. Christian Blasberg, docente di storia e lingua tedesca, tenuto il 24 gennaio 2008 presso la nuova sede dell’UPTER (Università Popolare di Roma) in via Quattro Novembre 157, in occasione dell’inaugurazione della mostra “TESTIMONI/ZEUGEN”.
Riteniamo che questo discorso contenga una notevole quantità di informazioni non molto conosciute in Italia, ma assai importanti ed interessanti, sull’atteggiamento dei governi e della popolazione tedesca dopo il 1945 nei riguardi dei crimini dello sterminio attuato dai nazisti.

Vorrei fare alcune osservazioni sul modo nel quale i tedeschi, in quanto il popolo al quale spetta la quasi esclusiva responsabilità collettiva per l’olocausto, hanno affrontato e si sono relazionati al loro proprio passato negli anni dopo il ’45 e fino ad oggi.
Il fatto stesso che, appositamente per tale processo, si è stabilito, nel corso degli anni, un nuovo assetto di termini, che va dalla “Aufarbeitung” (forse traducibile con ‘elaborazione’ del passato) alla “Vergangenheitsbewältigung” (un termine pressoché intraducibile che descrive appunto il ‘modo di affrontare e gestire gli insegnamenti’ tratti da questa elaborazione) e alla “Erinnerungskultur” (la permanente ‘cultura della memoria’), questo fatto dimostra che, senza dubbio, un impegno autocritico da parte dei tedeschi ha avuto luogo. [
1]
Le parole dell’attuale Presidente della Repubblica Tedesca, Horst Köhler, citate dall’ambasciatore Gerdts all’occasione dell’inaugurazione della presente mostra alla Scuola Germanica di Roma l’anno scorso, ma anche precedenti discorsi come quello famoso del Presidente von Weizsäcker nel 1985 [
2] e l’iniziativa del Presidente Herzog, nel 1996, per l’introduzione della giornata della memoria del 27 gennaio, adottato dall’ONU nel 2005, dimostrano che, almeno da parte della classe politica dirigente, gli insegnamenti di un passato unico nella sua tragicità, e le da essi derivanti responsabilità nei confronti del futuro sembrano compresi.
Altre espressioni come quella dell’Ex-Cancelliere Helmut Kohl, il quale una volta parlò della “Gnade der späten Geburt” [
3] (la ‘grazia della tarda nascità’, cioè la fortuna che avrebbero le classi nati dopo il 1930 circa, perché non sarebbero più in età sospettabile di poter essere incolpate per i crimini di guerra) invitano invece ad un maggiore distacco delle nuove generazioni da quelle direttamente responsabili e, quindi, favoriscono una tendenza al superamento del passato collettivo del popolo tedesco.
Le cosidette “Schlussstrichdebatten” (le discussioni sull’opportunità o meno di mettere un punto finale al continuo pubblico confronto con il capitolo più buio della storia tedesca) sono l’altro lato della gestione del passato. Dimostrano i segni dell’esasperazione che alcuni provano per un processo che sembra loro ormai aver assunto le caratteristiche di una auto-flagellazione da parte di chi, personalmente, non ha fatto del male a nessuno, e chi sente i ripetuti appelli al non-dimenticare come un peso. Dimostrano anche che la storia del confronto con l’olocausto in Germania è stata comunque travagliata e intensa e, da generazione in generazione, ha subito significative trasformazioni.
All’inizio furono gli alleati ad occuparsi della punizione dei colpevoli e della denazificazione di tutto l’apparato burocratico e economico in Germania. A Norimberga furono giustiziati i superstiti gerarchi del regime e altri criminali di guerra. [
4] Non esisteva però, diversamente dall’Italia, un governo antifascista che avrebbe potuto incaricarsi di una politica di epurazione. Questa spettava agli alleati che trattavano il compito, nelle loro rispettive zone, secondo criteri ideologici e secondo il grado della loro tradizionale ostilità nei confronti della Germania, più zelanti francesi e sovietici, un po’ meno americani e britannici.
Il tedesco medio, come ha testimoniato il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Leone Paserman, si vergognava di fronte all’atroce realtà che era venuta alla luce con la liberazione dei campi di concentramento. Questa realtà superava, nella sua mostruosità, ogni immaginabile dimensione di ciò che aveva potuto sapere del crimine che si stava consumando.

La prima clamorosa manifestazione di auto-accusa fu il Stuttgarter Schuldbekenntnis (la ‘confessione della colpa’) della Chiesa Protestante, che dichiarò: “Accusiamo noi stessi di non aver confessato più coraggiosamente, di non aver pregato più fedelmente, di non aver creduto più gioiosamente, di non aver amato più ardentemente!” [
5] In generale, però, si cercò di tacere e dimenticare, concentrandosi sull’enorme sforzo della ricostruzione del paese. Quest’atteggiamento, se era un riflesso naturale per gli innocenti, faceva invece comodo a chi era colpevole.
Di governi, poi, la Germania ha avuto ben due, i quali, di diversa impronta ideologica, assumevano modi diversi di relazionarsi al passato del defunto Reich. Mentre la DDR si vedeva come stato nuovo e emanazione dell’antinazismo socialista e, quindi, declinava ogni responsabilità per quanto era accaduto, la Repubblica Federale, caricandosi volutamente della difficile eredità e continuità dello stato tedesco, avrebbe dovuto farsi promotrice di una politica epurativa. [
6]
In realtà, il governo federale cercò, negli anni 50, di guadagnare fiducia tramite il pagamento di risarcimenti allo stato di Israele e ad organizzazioni ebraiche (esclusi comunisti e altri gruppi di perseguitati). Man mano aumentarono anche i processi contro responsabili di secondo piano. Nello stesso tempo, però, molti funzionari del regime nazista ritrovarono impiego nelle strutture burocratiche dello stato democratico, anche ad alto livello. La fondazione, già nel 1950, dell’’Istituto per la ricerca sul passato nazionalsocialista’ a Monaco fu, comunque, un primo segnale della serietà dell’impegno assunto di elaborare il passato dal punto di vista storiografico. [
7]
Gli anni 60 videro l’intensificarsi del confronto giuridico col passato, con il fortissimo eco che ebbe in Germania il processo contro Adolf Eichmann, figura chiave della ‘burocrazia della morte’, in Israele, e il processo Auschwitz a Francoforte. [
8] Da iniziative studentesche nacquero le mostre “Giurisdizione nazista inespiata” (1959-62) e “Il passato ammonisce” (1960-62). Ma, al seguito del dibattito sulla prescrizione, un sondaggio del ’65 rivelò che metà della popolazione chiedeva l’immediata cessazione di tutti i processi contro gli ex-nazisti e la fine della persecuzione dei crimini. La società tedesca occidentale si vide profondamente scissa tra le due posizioni - quella orientale continuò a celebrare la propria innocenza.
La svolta fu il ’68. Per la prima volta, una generazione nata e cresciuta dopo la guerra si inserì nel dibattito e poneva la decisiva domanda alla generazione dei ‘padri’, perché non avessero agito contro il regime nonostante che l’evidenza del genocidio fosse stato percepibile a tutti. Un nuovo atteggiamento nei confronti della Shoah, la pubblica denuncia senza indugi di ogni crimine nazista e, più ancora, il totale sradicamento di qualsiasi valore e norma nazionalsocialista ancora vigente furono le richieste dei giovani; il ’68 tedesco fu l’accusa alla Repubblica Federale di essere in realtà uno stato nazista camuffato. [
9]
La contestazione generalizzata ebbe un fortissimo effetto sul mondo accademico e culturale degli anni 70 e 80, con lavori scientifici e artistici e produzioni cinematografici e teatrali che affrontarono i temi calienti del passato nazista con un mai conosciuto senso di autocritica. Il termine “Holocaust” fu introdotto in Germania nel ’79 con l’omonimo film americano e divenne presto il sinonimo dell’assoluto orrore genocida.
Dalla metà degli anni 80, però, con il nuovo clima politico diffusosi con il governo Kohl, si assistette al sorgere di una corrente revisionista che tentò di relativizzare l’olocausto, ponendolo in paragone con le purghe sovietiche degli anni 20 e 30 e rilegandolo cosi ad un posto nella storia. Il cosi detto “Historikerstreit” (la ‘controversa degli storici’) degli anni ‘85/’86 trovò grande eco nella società tedesca e segnò una seconda svolta, compiutasi poi con l’unificazione delle due Germanie nel ‘90. [
10]
Conclusosi allora un altro capitolo della storia tedesca, e sostituitasi una nuova generazione a quella dei sessantottini, essi ormai i ‘padri’, fu sentito lecito risistemare l’assetto delle domande al passato del proprio popolo. Tra la “Aufarbeitung” e la “Bewältigung” della storia della DDR, quella del terrorismo rosso degli anni 70 e la ridefinizione del ruolo della Germania nel nuovo ordine mondiale, l’olocausto sembrò in effetti rilegato a diventare un pezzo - seppure sempre il più orribile - della storia, il suo insegnamento diventato ormai parte della cultura vissuta dei tedeschi - fino alla scoperta dell’esistenza di un diffuso spirito neonazista nelle popolazioni della ex-DDR.
Gli atti di violenza razzista nei nuovi Länder negli anni 90 risvegliarono le coscienze e portarono in primo piano la necessità di continuare a tenere presente il passato. Negli ultimi anni si tutela il primato della cultura della memoria dell’olocausto con sempre nuove iniziative, prima tra queste il noto monumento a Berlino o, di recente, il ‘treno della memoria’, un treno mostra partito da Francoforte che percorre l’itinerario dei treni di deportazione per arrivare, l’8 maggio 2008, a Auschwitz.
Anche la spinta revisionista, però, è rimasta viva e vuole, se non sostituirla, almeno abbinare alla memoria dell’olocausto una memoria anche dei tedeschi vittime di crimini di guerra. I telefilm sui milioni di profughi cacciati dai territori orientali della Germania - oggi situati in Polonia e Russia - oppure le iniziative per un monumento di memoria ai profughi a Berlino rischiano di confondere nella mente collettiva le idee sui ruoli e le responsabilità degli uni e degli altri. [
11]
Se oltre 10 milioni di tedeschi hanno dovuto fuggire dalle loro terre negli anni a partire dal ‘44, e centinaia di migliaia hanno perso la vita, era comunque sempre una conseguenza della guerra scatenata dai loro connazionali; e la guerra, soprattutto quella del ventesimo secolo, assume sempre più delle dinamiche incontrollabili, perché coinvolge in pieno le popolazioni civili; il soldato perde la sua qualità umana e si trasforma in un abulico strumento omicida che non fa più distinzioni tra responsabili e innocenti tra la popolazione nemica. Mai, quindi, l’ingiustizia inflitta ai tedeschi potrebbe essere messa sulla bilancia per alleggerire il peso delle colpe di chi ha ucciso sistematicamente 6 milioni di ebrei e altri perseguitati nei campi di sterminio.
Bisogna salvare la particolarità dell’olocausto evitando di integrarlo nel flusso della storia con i suoi ‘normali’ catastrofi e i suoi ‘normali’ crimini che pure tristemente si ripetono di volta in volta. Stiamo, però, in mezzo ad una transizione in atto, quella del venir meno delle generazioni che, come vittime sopravvissute o come responsabili ed esecutori del crimine assoluto, hanno vissuto in prima persona il genocidio. Non ci sarà più il contatto diretto tra coloro e le generazioni nuove. È quindi inevitabile che l’olocausto, prima o poi, diventa storia. Perciò dobbiamo piuttosto imparare di distinguere tra storia che passa e storia la cui esperienza rimane come insegnamento e valore morale ispiratore del nostro presente.
La Germania, se ha senz’altro ogni diritto di normalizzarsi nella comunità dei paesi, ha nello stesso tempo anche il dovere di dimostrare la sua maturità tramite la sua capacità di trasformare il suo passato particolare in una memoria viva che può trasmettere come messaggio di civiltà al mondo.
Christian Blasberg

[1] Letteratura: Eitz Thorsten, Stötzel Georg, Wörterbuch der "Vergangenheitsbewältigung" : die NS-Vergangenheit im öffentlichen Sprachgebrauch. Darmstadt 2007.
[
2] Il discorso di von Weizsäcker: www.bundestag.de/geschichte/parlhist/dokumente/dok08.html Letteratura: Maier-Dorn Emil, Zu von Weizsäckers Ansprache vom 8. Mai 1985. Grossaitingen 1987.
[
3] Il discorso di von Weizsäcker: www.bundestag.de/geschichte/parlhist/dokumente/dok08.html Letteratura: Maier-Dorn Emil, Zu von Weizsäckers Ansprache vom 8. Mai 1985. Grossaitingen 1987.
[
4] Letteratura: Cattaruzza Marina, Il processo di Norimberga, tra storia e giustizia. Torino 2006.
[
5] Letteratura: Hiddemann Brigitte (Hrsg.), Das Stuttgarter Schuldbekenntnis: 1945-1985. Mühlheim 1985.
[
6] Letteratura: Gansel Carsten, Gedächtnis und Literatur in den „geschlossenen Gesellschaften“ des Real-Sozialismus zwischen 1945 und 1989. Göttingen 2007. Dirks Christian, Die Verbrechen der anderen : Auschwitz und der Auschwitz-Prozess der DDR: das Verfahren gegen den KZ-Arzt Dr. Horst Fischer. Paderborn, München, Wien, Zürich 2006.
[
7] Sito internet dell’Istituto: www.ifz-muenchen.de ; consultabile anche in lingua italiana.
[
8] Letteratura: Pendas Devin O., The Frankfurt Auschwitz trial, 1963 - 1965 : genocide, history, and the limits of the law. Cambridge, New York 2006.
[
9] Letteratura: Seidl Florian, Die APO und der Konflikt mit der “Vatergeneration”: NS-Vergangenheit im Diskurs der „68er“ Studentenbewegung. Nürnberg 2006. Fels Gerhard, Der Aufruhr der 68er : zu den geistigen Grundlagen der Studentenbewegung und der RAF. Bonn 1998
[
10] Letteratura: Tranfaglia Nicola, Historikerstreit e dintorni: una questione non solo tedesca. [senza luogo], 1988. Nolte Ernst, Der Europäische Bürgerkrieg 1917-1945. Nationalsozialismus und Bolschewismus. Frankfurt a.M. 1987. Nolte Ernst, Das Vergehen der Vergangenheit: Antwort an meine Kritiker im so genannten Historikerstreit. Berlin 1987. Aly Götz, Logik des Grauens. Was wissen wir heute wirklich vom Holocaust? Eine Bestandsaufnahme 20 Jahre nach dem Historikerstreit. In: Die Zeit, 1. Juni 2006 (http://zeus.zeit.de/text/2006/23/Holocaust-Forschung_xml) Geiss Immanuel, Der Hysterikerstreit. Ein unpolemischer Essay. Bonn/Berlin 1992. Geiss Immanuel, Der Hysterikerstreit. Ein unpolemischer Essay. Bonn/Berlin 1992. Low, Alfred D., The Third Reich and the holocaust in german historiography: toward the Historikerstreit of the mid-80’s. Boulder, 1994.
[
11] Letteratura: Aust Stefan (Hrsg.), Die Flucht. Über die Vertreibung der Deutschen aus dem Osten. München 2005. Glotz Peter, Die Vertreibung. Böhmen als Lehrstück. München 2003. Schaal Björn, Jenseits von Oder und Lethe. Flucht, Vertreibung und Heimatverlust in Erzähltexten nach 1945 (Günter Grass, Siegfried Lenz, Christa Wolf). Trier 2006. Hermes Stefan, Täter als Opfer? deutschsprachige Literatur zu Krieg und Vertreibung im 20. Jahrhundert. Hamburg 2007.