mercoledì, maggio 21, 2008

I concerti del rientro - Recensore esterno Plasson

Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Pinchas Steinberg direttore
Violeta Urmana soprano

Berlioz - La mort de Cléopâtre
Wagner - Tristan und Isolde: Preludio e Morte di Isotta
Strauss - Così parlò Zarathustra

Ebbene sì, sono tornato a Roma e quindi sono tornato all’auditorium per i concerti dell’Accademia di Santa Cecilia. In mia assenza sono stato più che degnamente sostituito dalla sempre qui presente Gonza Bassa, dalla sua sorellina e dalla loro mammonza che non mi hanno fatto mancare i commenti sulle serate. Grazie di cuore. [grazie a te, n.d.r.]
Altra nota per l’esimio Renzo Piano, mio conterraneo: tutto figo ma se uno ha un problema al ginocchio quelle poltrone così basse e strette sono una tortura, caso mai ti interessasse, mi ha fatto godere meno gli spettacoli, sapevalo!
Primo concerto: martedì 13 Maggio il soprano Violeta Urmana canta quello che chi ha pensato alla serata ha definito le due più grandi donne romantiche, la Cleopatra di Berlioz e l’Isotta di Wagner; in realtà se dovessi dirlo con una frase sola direi che Canta l’amore delle donne per la morte. La morte di Isotta di Wagner è qualcosa di molto bello ed è intrisa di filosofia, Isotta sceglie rinunciare alla felicità ed in questa sua decisione trova l’infinito e la cessazione dei desideri, non sono d’accordo, ma se per caso esiste un modo di spiegarlo e di fartelo desiderare è quello trovato dal tedesco. Entrambe le scene sono suonate ed orchestrate molto bene. Per quanto riguarda la Urmana, forse sono io che non me ne capisco, ma non mi ha entusiasmato. Cioè, stai cantando una roba così, dovresti far scendere fiumi di lacrime e di rimpianti e invece, almeno per me non è così. La signora ha un curriculum che fa paura quindi delle due l’una: o non me ne capisco o non ha azzeccato una serata memorabile.
La seconda parte presentava invece l’universalmente nota come colonna sonora di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick ossia il Così parlò Zarathustra di Strauss, una meraviglia, qui l’orchestra prende il volo fregandosene del fatto che sta suonando qualcosa di abusato oltre modo, ci mette quello che ci vuole ed alla fine risulta sorprendente, non me lo ricordavo così bello.
Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia Robin Ticciati direttoreMario Brunello violoncello

Dukas - L'apprendista stregone
Rota - Concerto n. 2 per violoncello
Debussy - Prélude à l'après-midi d'un faune
Shostakovich - Sinfonia n. 1

Via veloce verso la seconda serata di martedì 20, grande serata questa, con due grandi protagonisti il giovanissimo direttore, Robin Tacciati e il nostro migliore violoncello, Mario Brunello. Si inizia con l’apprendista stregone di Dukas che è esattamente quello che vi immaginate: topolino che fa prendere vita alla scopa per farle spazzare il castello del mago. Bella - Bella, ci si aspetta che il cappello incantato finisca in testa al buon Robin che alla fine sembra ballare più che dirigere, poi si passa al concerto di Nino Rota e qui… qui sale in cattedra, più che la musica del compositore felliniano, il violoncello del maestro, lui ed il suo legno (un Maggini del XVII secolo) fanno orchestra a parte e a volte anche coro. Riesce a farlo piangere, riesce a farlo cantare, insomma ti dà l’idea che, se solo lo volesse, potrebbe anche farlo volare e nei bis quasi ci riesce… Ovazione per lui.
Nell’ultima parte si vede la bravura del direttore e dell’orchestra, il preludio di Debussy è notevole, ma quella che ho trovato spiazzante e nel migliore senso della parola è stata la sinfonia n.1 di Shostakovich, non so proprio come spiegarla, ma va ascoltata, ne vale davvero la pena, perché le invenzioni non sono nelle dissonanze o nelle ritmiche da sincope, le invenzioni sono nel modo di orchestrare e di pensare con libertà la partitura. Tanto per fare un esempio non ho mai visto un movimento interrotto totalmente da un timpano che poi riprende con tutt’altra natura come il quarto di questa sinfonia, geniali: il compositore, il direttore di questa sera e l’orchestra nell’esecuzione in poche parole, cose per le quali vale la pena di vivere alla faccia di Schopenhauer.
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