giovedì, ottobre 11, 2007

A. Alesina, F. Giavazzi “Il liberismo è di sinistra” Il saggiatore, 12.00€
Se vi ricordate, prima dell’otto settembre, giorno della nascita di mio nipote tra l’altro, avevamo sul blog il banner del V-Day e siamo anche andate a firmare. Solo che…. solo che ripensandoci posso essere d’accordo sul liberare alcune poltrone da condannati in via definitiva, ma se poi capitasse come in Belgio, dove vige la legge del non più di due legislature e salissero al potere le casalinghe che non sanno come funziona un paese mandandolo allo sbaraglio?
Riflettendo su questi massimi sistemi mi sono convinta una volta di più di quanto sia necessaria una certa “cultura politica”, piuttosto che un nichilismo giustizialista e ho deciso di comprarmi questo libro, il cui titolo era già per me poco comprensibile.
Avevo sempre saputo che il liberismo, e cito da Wikipedia, ovviamente, fosse: “una teoria economica che prevede la libera iniziativa e il libero commercio (abolizione dei dazi) mentre l'intervento dello stato nell'economia si limita al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie ecc.) che possano favorire il commercio. Il liberismo è considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali, sulla base del concetto "democrazia vuol dire libertà economica" coniato da Friedrich von Hayek. I filosofi del diritto di orientamento liberista, come ad esempio Bruno Leoni, si considerano in antitesi con il pensiero del filosofo del diritto Hans Kelsen, che definiscono "statalista".
La lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: mentre il primo è una teorizzazione politica, il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia: perciò un'economia liberista pura è un'economia di mercato non temperata da interventi esterni.
La lingua francese parla di libéralisme politique e libéralisme économique (quest'ultimo chiamato anche laissez-faire, lett. lasciate fare), lo spagnolo di liberalismo social e liberalismo económico. La lingua inglese parla di free trade (libero commercio) ma usa il termine liberalism anche per riferirsi al liberismo economico. Neo-liberalism (in italiano neoliberismo) è il termine usato per indicare una dottrina iper-liberista di destra sostenuta tra gli altri da Margaret Tatcher e Ronald Regan. Sebbene i neoliberisti si proclamino talvolta i veri eredi del liberalismo classico molti hanno contestato questa pretesa e ritengono che i neoliberisti possano piuttosto essere collocati tra i conservatori (al Partito Conservatore Inglese apparteneva infatti la Thatcher).
Passando al libro, i due autori, editorialisti del Corriere della Sera uno e del Sole 24 ore l’altro – giusto per darvi un certo background – fanno una serie di esempi concreti per spiegare perché un libero mercato con regole trasparenti sia più favorevole al “cittadino” e sposti l’ago della bilancia dal censo alla meritocrazia, tamponando con il welfare le situazioni di coloro che sonno sfavoriti da entrambi i punti di vista.
Agli occhi degli autori, la meritocrazia viene attualmente osteggiata sia dalla destra che dalla sinistra, ma è l’unica visione realmente “di sinistra” , intendendo con “di sinistra” i valori come l’equità dei diritti, le pari opportunità e i criteri di merito. In Italia, sia nel passato prossimo che remoto, oltre che attualmente, il potere dei sindacati, che sembra siano tenuti in piedi da lobby di lavoratori a tempo indeterminato quasi in pensione e pensionati, impediscono i licenziamenti per giusta causa in nome di una tutela che aiuta chi non se lo merita a scapito delle aziende e dei lavoratori non assunti che potrebbero prenderne il posto.
Se ridurre la spesa pubblica permetterebbe una ridistribuzione delle risorse e allo stato converrebbe disfarsi di parte di un mastodontico apparato burocratico, specialmente nel mezzogiorno dove la percentuale degli impiegati statali “pro-capite” è più alto, questo non è permesso con la scusa di tutelare i lavoratori i cui incentivi salariali sono in costante aumento da 25 anni e vengono attribuiti per anzianità e non per merito.
Le liberalizzazioni di Bersani sembrano, agli occhi degli autori, l’unica riforma degna di essere ricordata di questo attuale governo Prodi, anche se fortemente osteggiate da un lato e dall’altro, e qui si vede come il vero liberismo abbia il potere bipartizan di infastidire il “politico”, forse perché tra tutte è stata una delle pochissime riforme che è andata ad ostacolare il potere delle lobby e ad ottenere anche una parziale vittoria. Parziale proprio perché pur scomodando le lobby dei farmacisti, notai e altri liberi professionisti, non ha intaccato il potere statalista di alcune aziende come i trasporti.
Le liberalizzazioni sono cruciali sia per le innovazioni che per la crescita, ma in questo paese si salvano Fiat e Alitalia e si lasciano affondare le università, in base a non si capisce bene quale tipo di produttività…
Questo è quanto ho capito io del libro e so per certo di non avere la cultura per discuterne in modo approfondito, quello che però mi rimane è una sensazione strana rispetto a quelle cose che gli autori dichiarano appartenere alla cultura “di sinistra”, presentata come buona bella e preoccupata degli altri; non mi risulta che sia una prerogativa strettamente sinistroide, anche se mi piacerebbe, mi sembra che ci stiamo scordando di una parte della destra sociale per esempio e che stiamo includendo invece alcuni partiti di sinistra che di meritocrazia non vogliono proprio sentire parlare….Mi sembrava un po’ quando Celentano si metteva a dire che certe cose erano rock e altre nò….mah….
Qualunque sia la vostra “parte” e comunque la pensiate, è importante secondo me cercare di capire e sforzarsi di conoscere prima di scegliere da che parte stare, l’unica cosa che sappiamo con certezza è che non sarà un vaffa a salvarci, ma soltanto a pararci, perché è più facile fare critiche distruttive che costruttive, oltre che più populista, specialmente se si alza molto la voce e ci si atteggia a martire mediatico. Ritengo che ci siano altri modi per esprimere il proprio dissenso, almeno per ora e per fortuna, riguardo ad argomenti di cultura politica.
In tutto questo bailamme di definizioni e prese di posizione più o meno ponderate e mantenute, vi consiglio di fare un giro sul sito di Società Libera, associazione culturale il cui scopo è quello di fare cultura politica senza schierarsi. Tra i suoi contributi più interessanti vi segnalo il ciclo di lecture gratuite così come i convegni e la newsletter quindicinale con segnalazioni di recenti articoli e libri su questi argomenti.
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