lunedì, febbraio 27, 2006

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Durante il regno di Tullio Franco Sensi (Ostilio verso quelli che je stavano antipatici) Roma condusse tante battaglie con i suoi vicini. Prima se la prese con gli Attici, quelli che si trovavano ai piani alti del palazzo. Non li sconfisse ma ci andò molto vicino. Poi successivamente si accanì con Albalonga ed i laziali che già allora abitavano copiosi i castelli.Con il Gladiatore Checcus Capitanius Tottium riusci in una delle più grandi imprese della storia della Roma e ciò la “scucitio magna” che consistette nello strappare dai vessilli degli Albalongici uno strano triangolino di stoffa definito a quei tempi “scudettum”. Ma anche dopo questa grande vittoria purtroppo ci furono tempi grami. I numerosi mercenari che si erano alternati avevano notevolmente depauperato le casse della Roma e anche alcuni senatori ci misero del loro. Tullio Sensius però riuscì attraverso il sacrificio di alcuni beni e mandando in prima linea la figlia prediletta, Rosa Rosae Rosellae, a tenere botta per un po’.Giunti nell’anno domini MMIV, dopo aver affidato le sorti delle legioni al generale di origini etrusche Lucius Glabrus (detto Spallettus dalla forma delle larghe spalle stile armadio a quattro ante), la Roma comincio a vincere una dietro l’altra una serie di dieci battaglie di fila. Era una cosa che era riuscita a pochi eserciti nella storia, nessuno dei quali era mai riuscito a vincere undici partite, pardon..battaglie, di seguito.
L’undicesima battaglia capitò, fato beffardo, di affrontare proprio l’odiata Albalonga che, superata l’epoca in cui regnava Cirius Cragnos, grande mercante di ortofrutta e inventore di un particolare tipo di baratto detto della “saraga” (se frega e nun se paga), era passata agli ordini di Titus Lo Titus, verboso lustratore di caserme.Roma, dopo che aveva perso nell’ultima battaglia il suo capitano che era stato gravemente ferito da un mercenario Etrurio, propose ad Albalonga di affrontarsi al campo Farnesino, nel frattempo trasformato in Olimpicus.La tenzone fu subito violenta. La compagine agli ordini di Lucius Glabrus aspettava paziente nel suo campo che giungessero gli attacchi delle schiere di Ezius Rubri, per attirarle in una trappola mortale.Gli Albalongici “imboccarono” (antico termine mutuato dalla lingua teutonica) con tutte le scarpe e ben presto si trovarono ad affrontare le difficoltà di agguantare la legione Romana che colpiva e si ritirava, memore di quanto era successo nel passato nella battaglia tra Orazi e Curiazi nella quale già Roma aveva abbandontemente passato la sveglia ai vicini del contado albalongico. Roma vinse così la sua undicesima battaglia consecutiva e entrò prepotentemente nella storia! Fu tripudio di vessilli e festa di popolo. Albalonga piegata, le sue genti definitivamente assoggettate alla supremazia di Roma, Tullio Sensius in lacrime e il Capitano con un enorme bandierone in mano a festeggiare, ferito ma non domo, sulla biga elettrica.
E noi, che di questa impresa siamo i menestrelli, o se preferite i cantastorie, senza nulla voler togliere ai cantastorie veri, possiamo solo raccontarvi di questa gioia immensa che può capire solo chi, a petto in fuori, può affermare “civis romanus sum”. E ci dispiace che ai tempi degli Orazi e Curiazi veri non ci fosse la televisione. Vedere lo spettacolo dei burini Fangus e Lacrimus che cercano inutilmente di accampare scuse, emettendo copiosa schiuma e significative bolle, ci ha regalato momenti di esaltazione vera.
Tifare per Roma, tenere alto i suoi colori, difenderla dall’attacco dei barbari invidiosi regala sempre un grandissimo orgoglio e più raramente momenti di esaltazione vera. Questa sera è uno di quelli. Godiamocelo fino in fondo. Era scritto nella Storia che stasera la storia l’avremmo scritta noi!
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